Atomic shelter 3°D_2012-13

L’idea di un bunker antiatomico è venuta alla luce un po’ in sordina, quasi una battuta di spirito di due ragazzi della classe (Lorenzo e Nicholas) in risposta alla mia richiesta “cosa facciamo come progetto architettonico questo anno?”. Vedendoci qualcosa di buono l’ho cavalcata incaricando i due fantasiosi ragazzi a produrre ipotesi ed idee e stilare un elenco di funzioni che potessero adattarsi al progetto.
Nel giro di qualche minuto ho ottenuto una lista di idee che sostanzialmente è rimasta invariata nelle successive fasi di sviluppo del progetto. A quel punto la lezione era quasi finita per cui ho detto loro di farsi portavoce alla classe della loro idea per una più ampia discussione collegiale da svolgere durante la lezione successiva.
Così è nata l’idea per un vero e proprio “piano di salvezza dell’umanità” da adottare in caso di grave calamità. L’ipotesi è stata quella di progettare un luogo sotterraneo per una sorta di piccola comunità chiusa ed isolata dal resto del mondo che possa essere autosufficiente per almeno due anni (circa 200 persone), al riparo dalle conseguenze negative di qualsivoglia calamità globale, sia essa indotta dalla follia umana come una guerra termonucleare o anche naturale come la tanto fantasticata collisione con un asteroide o una qualsivoglia pandemia.
Due anni di latenza dovrebbero essere sufficienti a smaltire la pericolosità letale indotta da un clima inquinato da fall-out radioattivo o da alterazione del clima dovuto alla copertura totale del cielo da polveri piroclastiche. Anche in caso di pandemia, il picco di diffusione di una deprecata malattia contagiosa dovrebbe essere drasticamente diminuito.
L’idea base che ho proposto è quella di scavare una serie di gallerie sotterranee disposte a pettine e collegate alla superficie da un pozzo verticale di accesso e forse da più condotti verticali di servizio.
La tecnologia esiste e prevede l’impiego di “tunnel boring machines“, ovvero enormi frese rotanti, conosciute anche come “talpe meccaniche” che avanzano nel sottosuolo, assieme a tutte le attrezzature tecniche per il consolidamento della galleria scavata. La nostra talpa dovrà avere un diametro di 12 metri con un peso stimato di 1500 tonnellate. Per funzionare avrà bisogno di almeno 5000 kw e dovrà essere calata in fondo allo scavo del pozzo per almeno un centinaio di metri.
Nel corso della recente storia sono stati fatti diversi esperimenti per la creazione di ambienti biologicamente isolati ed autosufficienti (Controlled Ecological Life Support Systems), basti pensare a Biosphere-2 ad Oracle in Arizona o la sperimentazione Arcosanti dell’architetto visionario Paolo Soleri o la sperimentazione russa Bios-3 a Krasnoyarsk. Ovviamente anche la ricerca spaziale ha dato il suo ampio contributo di conoscenze con l’impiego ormai decennale della stazione spaziale orbitante, così come molti sono stati gli esperimenti condotti, come nel caso del Mars Desert Research Station, realizzato in previsione di una futura missione spaziale su Marte.
L’idea della preservazione radicale di una popolazione dagli effetti esterni (siano essi naturali od indotti da situazioni geopolitiche), ha radici più antiche, in quanto già i primi architetti “utopici”, alla fine del 1800, hanno proposto comunità autonome isolate dove attivare le “passioni” che animano una comunità umana. Cito l’esempio del villaggio di Harmony, nell’Indiana, per iniziativa di Robert Owen (1771-1858) o quello del Falansterio, un grande edificio-comunità ipotizzato da Charles Fourier (1772-1837).
Ci siamo quindi posti il problema dell’isolamento sia da un punto di vista tecnico (autosufficienza del sistema, riciclaggio, gestione dell’energia, approvvigionamento, ecc.), sia dal punto di vista delle “passioni”, ovvero di ciò che una comunità ha bisogno per resistere due anni isolata dal mondo.
L’intero insediamento sotterraneo è stato diviso in settori ed ogni studente si è assunto l’incarico di svilupparne uno in particolare, approfondendone i requisiti e gli aspetti progettuali. I temi sono molteplici e rispondono tutti alla medesima domanda: quali sono le funzioni e le caratteristiche essenziali di un luogo per permettere l’autosufficienza ed il forzato isolamento? Ad esempio la limitatezza degli spazi porta necessariamente all’abolizione della privacy familiare. I dormitori saranno pubblici e dotati sicuramente di grandi locali attrezzati con molti letti in comune. I ragazzi stessi si sono posti il problema della privacy, ipotizzando stanzette disponibili su prenotazione per l’intimità delle coppie. Qualcuno, con spirito un po’ provocatorio ha proposto anche un club per strip-tease, rimanendo alquanto esterrefatto dalla mia seria considerazione dell’idea e di come, in casi di estrema condizione come quella da noi ipotizzata, sarebbe illogico sottovalutare le naturali pulsioni tipiche dell’umana esistenza.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Da un punto di vista dell’autosufficienza alcuni settori ipotizzati risultano essenziali, come ad esempio il settore per la depurazione dell’aria, da attuare tramite coltivazioni di alghe unicellulari  (Chlorella) che assorbono, tramite fotosintesi, anidride carbonica e producono ossigeno con l’apporto di acqua ed una piccola quantità di minerali.
Altro settore essenziale è quello dell’allevamento di animali come mucche, conigli e pollame; settore che ha un’alta relazione con il problema dello smaltimento o riciclaggio dei rifiuti. E’ stato così ipotizzato un forno crematorio che possa smaltire carcasse di animali, materiale biologico non riciclabile ed ovviamente i cadaveri delle persone eventualmente decedute.
Da qui un’altra riflessione, piuttosto ostica da far comprendere ai ragazzi: il sistema-bunker in generale non può essere un sistema chiuso completamente ma dovrà necessariamente interagire con l’esterno poiché nessun sistema chiuso può sopravvivere a lungo se non penalizzato da un inarrestabile aumento di entropia interna, ovvero di “disordine energetico” (seconda legge della termodinamica). Approvvigionamento e smaltimento devono pertanto prevedere il contatto e l’interazione con l’esterno. Ecco quindi previsti uno o più pozzi verticali di comunicazione con l’esterno (shafts) per emissioni di gas combusti o per il prelievo di aria da depurare o per permettere comunque lo smaltimento efficace di calore in eccesso.
L’energia necessaria è attinta tramite una centrale geotermica (per cui l’energia viene ricavata dall’ambiente esterno circostante). Anche l’approvvigionamento di metalli per una lavorazione e produzione in loco è effettuata sfruttando una cava esterna al complesso le cui gallerie sono realizzate in miniera e ricondotte nel settore fonderia, ovvero il settore di trattamento e lavorazione delle materie prime estratte.
Tale settore acquista una importanza strategica non tanto durante il periodo di isolamento ma soprattutto in previsione di un futuro reinsediamento in superficie: la struttura da noi progettata dovrebbe avere la possibilità di assecondare e supportare l’insediamento di una popolazione autonoma ed auto sostentante anche dopo il periodo di isolamento forzato di due o più anni.
A tal proposito mi è venuto in mente una eccezionale iniziativa di cui avevo solo sentito parlare, sviluppata dalla fondazione Open Source Ecology, una rete di coltivatori, ingegneri e supporters che negli ultimi anni hanno creato il Global Village Construction Set, una raccolta tecnologica di informazioni che prevede la fabbricazione in proprio, con mezzi contenuti, di almeno una cinquantina di macchine industriali che possano contribuire alla creazione da zero di una civilizzazione sostenibile con i moderni comfort: quindi un ausilio alla nascita di una nuova agricoltura, alla creazione di nuovi edifici e nuove produzioni manifatturiere.
Un altro settore importante del nostro progetto serve a preservare e perpetuare la cultura umana: una biblioteca informatica raccoglie migliaia e migliaia di terabyte di informazioni su supporto informatico digitale.
Ci sono laboratori di ricerca per far fronte ad ogni evenienza, laboratori preposti al controllo e monitoraggio dei parametri ambientali (ad esempio la rilevazione continua del tasso di radioattività ambientale di superficie e locale nel bunker, l’umidità, la temperatura, il monitoraggio dei vari inquinanti atmosferici). Altri laboratori sono dedicati al controllo e monitoraggio della produzione animale e vegetale (clonazione inclusa). Una serra a luce artificiale garantisce l’approvvigionamento di vegetali. La mensa è comunitaria e può lavorare ventiquattro ore su ventiquattro: gli orari per i pasti saranno scaglionati nell’arco del tempo della giornata. Ci sono magazzini in abbondanza, negozi, addirittura un parrucchiere ed una banca. Il servizio d’ordine è garantito da una sorta di polizia locale con tanto di sede propria, armeria e celle di reclusione. Ovviamente non manca un ospedale, una palestra, una piscina ed altre attività di fitness, una chiesa, una moschea ed una sinagoga, un cinema che alla necessità diventi anche sala congressuale, una scuola, altre funzioni di svago ed intrattenimento, tra cui circoli di gioco ed, appunto, lo strip-tease club…
Oltre ad una serie di funzioni direttive c’è una sala di crisi dove è possibile coordinare le azioni della piccola comunità anche in caso di emergenza. La struttura sotterranea sarà collegata via radio con l’esterno ed anche via internet, che essendo una struttura di diffusione delle informazioni a rete complessa, offre maggiori garanzie di mantenersi attiva in caso di catastrofe.
Un altro tema, assolutamente scottante per le implicazioni morali, è stabilire una gerarchia di pre-requisiti per poter essere selezionati tra i fortunati partecipanti alla comunità in caso di calamità.
Mi ha fatto riflettere non poco la proposta di un allievo di disporre anche di un meccanismo di autodistruzione: cosa si dovrà fare di alternativamente valido se le condizioni esterne non saranno favorevoli alla vita umana ed anche le risorse nel bunker si dovessero esaurire?
Segue la planimetria dell’insediamento sotterraneo con un parziale assemblaggio dei vari settori elaborati dai singoli ragazzi e coordinati in modo tale da costituire un unico progetto coerente. Di seguito alcuni (non tutti) i settori nel dettaglio.

Pianta Bunker 3D

 

 

 

Informazioni su devescovart

Professore di Arte ed Immagine presso la scuola secondaria di primo grado di Anzola dell'Emilia "Giovanni Pascoli"
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Architetture, Architetture 2012-13, Atomic shelter 3°D_2012-13, Elaborati 2012-2013 e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Atomic shelter 3°D_2012-13

  1. kinofages ha detto:

    un progetto intriso di idee ,geniale, direi mi chiedo chi siano le menti brillanti ad averlo ideato un simile capolavoro ,stupendo e ,se non fosse solo un progetto, un gioiello architettonico ineguagliabile

    -KInOfages

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...